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Zinovy Khokhlov
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Guerra Dei Trent'anni Sintesi



Il Palatinato venne invaso e smembrato. Ne seguì una dura repressione, che vide i capi della ribellione giustiziati e i pastori luterani e calvinisti espulsi, mentre ritornavano trionfanti i gesuiti. Il trattato di Magonza del 1625 sancì definitivamente la sconfitta della Lega Evangelica. La Boemia veniva inglobata nei possedimenti asburgici, sparendo in tal modo dalla carta geografica europea. Vi sarebbe tornata da entità indipendente solo nel XX secolo, a seguito dei trattati di Versailles, che posero fine alla Prima guerra mondiale nel 1919. Il successo delle armi cattoliche sembrava a quel punto totale e inarrestabile.




Guerra Dei Trent'anni Sintesi



Sconfitto a Lutter am Barenberge dal Tilly (1626), invasa la Danimarca da questi e dal Wallenstein, Cristiano IV dovette rifugiarsi nella parte insulare del suo regno, da cui continuò a combattere. Nella pace di Lubecca del 1629 riottenne il regno ma dovette rinunciare ai suoi piani tedeschi e abbandonare la guerra. Il Wallenstein, in particolare, era riuscito ad accumulare ricchezze enormi che gli avevano permesso di mettere in piedi un esercito di 30.000 uomini dedito a rapine ed estorsioni ai danni della popolazione dei territori occupati. Con le sue truppe invase il Meclemburgo, la Pomerania e, appunto, la penisola dello Jutland (la parte continentale della Danimarca). La sua potenza rivaleggiava ormai con quella degli Asburgo.


Iniziata come una guerra tra gli Stati protestanti e quelli cattolici nel frammentato Sacro Romano Impero, progressivamente si sviluppò in un conflitto più generale che coinvolse la maggior parte delle grandi potenze europee, perdendo sempre di più la connotazione religiosa e inquadrandosi meglio nella continuazione della rivalità franco-asburgica per l'egemonia sulla scena europea.


Il conflitto si concluse con i trattati di Osnabrück e Münster, inseriti nella più ampia pace di Vestfalia. Gli eventi bellici modificarono il precedente assetto politico delle potenze europee. L'incremento del potere dei Borbone in Francia, la riduzione delle ambizioni degli Asburgo e l'ascesa della Svezia come grande potenza crearono nuovi equilibri di potere nel continente. La posizione dominante della Francia contraddistinse la politica europea fino al XVIII secolo, quando in seguito alla guerra dei sette anni la Gran Bretagna assunse un ruolo centrale.


A queste considerazioni di ordine religioso si aggiunsero tendenze egemoniche o d'indipendenza di vari Stati europei, rivalità commerciali, ambizioni personali e gelosie familiari. La Spagna era interessata a esercitare una decisiva influenza sul Sacro Romano Impero per garantirsi la possibilità di affrontare la guerra con gli olandesi che durava ormai da molti anni, e che sarebbe ripresa apertamente nel 1621, allo scadere cioè della tregua dei dodici anni. In particolare, i governanti delle nazioni confinanti del Sacro Romano Impero contribuirono allo scoppio della guerra dei trent'anni per i seguenti motivi:


Le tensioni aumentarono ulteriormente nello stesso 1609, per via della guerra di successione di Jülich, che ebbe inizio quando Giovanni Guglielmo, duca del Jülich-Kleve-Berg, morì senza figli.[14] Subito reclamarono il ducato due pretendenti, entrambi protestanti: Anna di Prussia, figlia di Maria Eleonora, sorella maggiore di Giovanni Guglielmo e sposata con Giovanni Sigismondo di Brandeburgo, che rivendicava il trono in qualità di erede per linea di anzianità; e Volfango Guglielmo, figlio della seconda sorella maggiore di Giovanni Guglielmo, Anna di Clèves, che avanzava delle pretese sul Jülich-Kleve-Berg in quanto primo erede maschio di Giovanni Guglielmo.


Oltre alle tensioni politiche e religiose persistenti in Germania, aggravava il quadro internazionale degli inizi del XVII secolo la guerra degli ottant'anni, il conflitto iniziato nel 1568 tra la Spagna e la Repubblica delle Sette Province Unite, che si protraeva da decenni in una situazione di sostanziale stallo. Nel 1609 le parti in conflitto giunsero a L'Aia alla firma di una tregua, sebbene fosse chiaro in tutta Europa che le ostilità sarebbero riprese (cosa che avvenne nel 1621) e che gli iberici avrebbero tentato di riconquistare quei territori, che oggi costituiscono i Paesi Bassi.


Quella che era una ribellione locale, per via della debolezza sia di Ferdinando II sia di Federico V, si trasformò in guerra estesa ben oltre i confini boemi: nell'agosto 1619 anche il popolo ungherese, guidato dal Principe di Transilvania Gabriele Bethlen, e gran parte dell'Alta Austria si ribellarono agli Asburgo (tanto che il Conte di Thurn riuscì a condurre un esercito fino alle mura della stessa Vienna prima di essere sconfitto nella battaglia di Záblatí da Karel Bonaventura Buquoy), mentre le azioni di guerra si estendevano alla Germania occidentale. L'imperatore, dopo aver chiesto l'aiuto di suo nipote Filippo IV, re di Spagna, lanciò un ultimatum a Federico, nel quale gli imponeva di lasciare il trono boemo entro il 1º giugno 1620.


Un insperato aiuto sembrò giungere dal principe di Transilvania Gabriele Bethlen, che stava conducendo una vittoriosa campagna in Ungheria, e dal suo alleato ottomano Osman II[23]. Dopo il consueto scambio di ambasciatori (il boemo Heinrich Bitter si recò a Istanbul nel gennaio 1620, mentre nel luglio 1620 fu accolto a Praga un legato turco), gli Ottomani promisero di inviare a Federico una forza di 60 000 cavalieri e di invadere la Polonia[24], alleata degli Asburgo[25], con 400 000 uomini, in cambio del pagamento di un tributo annuale al sultano.[26] Nella battaglia di Cecora, combattuta tra settembre e ottobre del 1620, gli ottomani sconfissero i polacchi, ma non furono in grado di intervenire a favore della Boemia prima del novembre 1620.[27] In seguito, i polacchi sconfissero gli ottomani nella battaglia di Chocim, riportando i confini a quelli precedenti alla guerra.[28]


Soffocata la ribellione boema e chiuso il fronte orientale con la pace di Nikolsburg (31 dicembre 1621), in cui l'Imperatore cedeva tredici contee dell'Ungheria al principe di Transilvania, la fazione cattolico-asburgica si prodigò nell'estirpare la residua resistenza protestante: questo periodo della guerra, detto da alcuni storici "fase del Palatinato" (1621-1625), da considerarsi distinto dalla "fase boema", è caratterizzato da scontri di piccola scala (tra cui le battaglie di Mingolsheim, Wimpfen e Höchst) e assedi come quelli di Bad Kreuznach, Oppenheim, Bacharach (conclusi nel 1620), Trebon, Heidelberg e Mannheim (che caddero nel 1622) e di Frankenthal (fino al 1623[29]), al termine dei quali il Palatinato fu occupato dagli spagnoli, che cercavano vantaggi strategici in vista della ripresa della guerra degli ottant'anni contro gli olandesi.


Le restanti armate protestanti, guidate dal conte Ernst von Mansfeld e dal duca Cristiano di Brunswick, ripiegarono a servizio delle Province Unite. Dopo aver contribuito a togliere l'assedio a Bergen op Zoom nell'ottobre 1622 e a occupare la Frisia orientale, il duca di Brunswick intraprese una campagna in Bassa Sassonia per difendere i possedimenti familiari, suscitando la reazione del conte di Tilly, comandante delle truppe imperiali e spagnole. Vedendosi negato l'aiuto delle truppe di Mansfeld, rimasto in Olanda, Brunswick decise la ritirata ma il 6 agosto 1623 fu intercettato dall'esercito di Tilly: nella battaglia di Stadtlohn, Brunswick fu nettamente sconfitto, perdendo oltre i quattro quinti dei suoi 15 000 uomini. Dopo questa catastrofe, Federico V, in esilio a L'Aia e sotto la crescente pressione da parte di Giacomo I d'Inghilterra, pose fine al suo coinvolgimento nella guerra e fu costretto ad abbandonare ogni speranza di avviare ulteriori campagne. La ribellione protestante fu così definitivamente schiacciata.


La situazione danese peggiorò rapidamente e Cristiano rimase isolato, venendo abbandonato anche da parte delle truppe sassoni. Quanto agli appoggi stranieri, la Francia era in preda ad una nuova guerra di religione contro gli ugonotti nel sud-ovest del paese, supportati dall'Inghilterra, mentre la Svezia era impegnata in uno scontro con la confederazione polacco-lituana. Né il Brandeburgo né la Sassonia erano interessate a partecipare al conflitto. Al mancato aiuto alleato si aggiunsero presto le sconfitte sul campo di battaglia: il 25 aprile 1626 l'esercito di Ernst von Mansfeld, che giungeva dalle Province Unite in supporto dei danesi, fu vinto dalle forze di Wallenstein nella battaglia del Ponte di Dessau (Mansfeld morì alcuni mesi dopo in Dalmazia, probabilmente di malattia.[35]), mentre lo stesso Cristiano IV fu costretto a ritirarsi nello Jutland a seguito della battaglia di Lutter (17 agosto 1626), vinta da Tilly[36].


La guerra, che pareva nuovamente vinta dalla causa cattolica, riprese quando Ferdinando II, influenzato dagli esponenti della Lega Cattolica, emanò l'editto di Restituzione, in forza del quale dovevano essere riconsegnati alla Chiesa cattolica tutti i beni confiscati a seguito della Pace di Augusta del 1555 (tra cui due arcivescovati, sedici vescovati e centinaia di monasteri). Ciò provocò la reazione dei principi protestanti non ancora coinvolti nel conflitto e la discesa in campo della Svezia, che grazie alla testa di ponte di Stralsunda, si preparava all'invasione della Germania.


Avvenuta negli anni finali della fase danese e in quelli iniziali della fase svedese, la guerra di successione di Mantova e del Monferrato (detta anche "guerra del Monferrato") viene considerata da alcuni storici come una parte della guerra dei Trent'anni svoltasi non in area tedesca, bensì nella penisola italiana, già protagonista nel secolo precedente di una lunga serie di conflitti tra la Francia di Francesco I e la Spagna di Carlo V. Alla morte senza eredi di Vincenzo II Gonzaga, duca di Mantova e del Monferrato, nel 1627, si aprì la contesa dinastica: da un lato Ferrante II Gonzaga, sostenuto dagli spagnoli, da Ferdinando II e dal duca di Savoia Carlo Emanuele I (che si era accordato con il governatore di Milano per la spartizione del Monferrato), dall'altro Carlo I di Gonzaga-Nevers, signore de facto di Mantova dal gennaio 1628, appoggiato dal re francese Luigi XIII e dal cardinale Richelieu. 041b061a72


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